Nero, come la pece.

Nuovi attimi da costipare in nuovi mesi, come cassetti stracolmi di pellicole fotogafiche da ingiallire... o da impressionare, con attimi fugaci in bianco e nero e tipici rituali esistenziali da solito dejà-vù.

Ribolle, sottopelle, questa voglia di vivere la vita che poi vita non è. Ribolle come una lava acida, che forse è un’attesa, lunga, insolita, incerta. Tutto è pronto, tutto è stato rimesso a posto, tassello dopo tassello, come in uno stupido mosaico in cui per la prima volta mi trovo seduto in poltrona ad essere il solo spettatore pagante della mia sorte, una sorte fin troppo ironica e sagace. Dal sorriso beffardo e lo sgurado truce. Nera, come la pece.

Segmenti di nulla, taglienti come scaglie, mi segnano la pelle. Che sensazione stupenda, ho cicatrici dapperuttutto. Le tocco nel buio dei miei silenzi, le ritocco, le sento, le risfioro, come i brividi che provo quando vado dritto per la mia strada ed inciampo... e cado al suolo.... e mi accorgo che non esiste soltanto la primavera, che dall’altra parte, oltre il ciglio, c’è anche l’autunno e tutte le sue sfumature obliate.

Possa questo cielo nuovo, dischiuso su di me come il saggio ed anziano palmo di una mano, mantenere sempre vigile lo sguardo su questo incerto incedere e dare forza alle mie stanche gambe oramai tremanti.

Possa questo povero vagabondo, illuso e bugiardo, ebbro del mito di quelle mete lontane che mai toccherà, implodere nell’aria che respira e dischiudere le ali oltre il metro di beatitudine che gli è stato concesso. Per lasciare un segno. Per capire che il suo sangue non è solo rosso d’interiora, ma benzina che incendia di rabbia questa voglia di riprendersi quella vita ammaccata e malandata che durante le notti fredde e piene di lucida agonia, tanto gli scaldava il cuore.

Commenti

Post più popolari